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domenica 25 maggio 2014

E l'eco rispose... il terzo romanzo di Khaled Hosseini!



E l'eco rispose è il terzo romanzo dello scrittore americano di origine afghana Khaled Hosseini, portato al successo tramite i suoi best-seller Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli. Pubblicato da edizioni Piemme, è stato tradotto dall'inglese da Isabella Vaj nel 2013. Il titolo originale dell'opera è And the Mountains Echoed.

Trama

Il racconto ha inizio nell’autunno del 1952, nel piccolo villaggio afghano di Shadbagh. Qui vi risiedono i due bambini protagonisti della storia, Abdullah, di dieci anni, e Pari, la sua sorellina di tre anni. Orfani di madre, crescono in grande povertà, accuditi dal padre, Sabur, e dalla matrigna, Parwana, e in compagnia del fratellastro, Iqbal. Tra loro vi è un amore fuori dal comune che li lega molto. Purtroppo, questo loro legame è destinato a rompersi. Infatti, un giorno Sabur, con il pretesto dell’aver trovato un lavoro, lascia il villaggio per accompagnare la figlia Pari a Kabul. Al viaggio, nonostante la contrarietà del padre, si unisce Abdullah. Una volta giunti a Kabul vengono ospitati dallo zio Nabi, fratello di Parwana, che lavora come autista e maggiordomo presso la ricca famiglia Wahdati. È in questo momento che Abdullah capisce che sta per avvenire qualcosa di tragico. Infatti, la sorellina Pari viene lasciata in affido definitivamente ai coniugi Wahdati, per realizzare in desiderio della signora Nila di avere una figlia, in cambio di un grande contributo economico. Abdullah si trova costretto ad accettare la decisione del padre, anche se non riuscirà mai a perdonarlo. Nila è una giovane poetessa dalle idee progressiste, che fuma sigarette in pubblico, ascolta jazz ed esprime liberamente le sue opinioni, dunque una persona molto libera. Con l’inizio della lunga guerra russo-afghana lei e Pari si trovano costrette a lasciare l’Afghanistan e trasferirsi in Europa, a Parigi. Con la guerra Kabul cade in rovina e alla fine del conflitto molti stranieri corrono in aiuto. Tra questi vi è, per esempio, il chirurgo plastico greco Markos Varvaris, che vi si reca nel 2002 e che affitta la casa ereditata dall’ormai vecchio Nabi dopo la morte del suo padrone, il signor Wahdati. Un’altra persona che interviene come volontaria dopo la guerra è l’infermiera bosniaca Amra Ademovic, che assiste i feriti all’ospedale Wazir Akbar Khan, risiedente anche lei nella casa di Nabi, insieme a Markos e ad altri medici dell’equipe di volontariato. Dopo la guerra giungono a Kabul anche persone che, emigrate, tornano per riappropriarsi di ciò che è rimasto dei loro beni. Tra questi, i due cugini Idris e Timur, che erano emigrati in California, a San José, negli anni Ottanta e che nel 2003 fanno ritorno nella loro città. Timur ora è un immobiliarista e Idris un medico. Quest’ultimo si dimostra molto disponibile ad aiutare i bisognosi, in particolare Roshi, una ragazzina deturpata dallo zio con un colpo di ascia alla testa. Conclusi i loro affari, i due cugini fanno ritorno a San José, dove ricompare uno dei principali protagonisti, Abdullah, che evidentemente era fuggito anche lui dalla guerra. Ora lavora in un ristorante afghano, l’Abe’s Kabob House, e vive con la moglie Sultana e con la figlia, Pari, chiamata così in ricordo della sorellina, da tanto tempo lontana da lui. Relativamente alla guerra si descrivono anche i cambiamenti avvenuti nel piccolo villaggio di Shadbagh, con cui si è aperto il romanzo. Dopo la guerra a provvedere al risanamento del villaggio vi è un ex comandante che, avendone la possibilità, finanzia e progetta molte costruzioni e aiuta i più poveri. Tra questi vi è anche Iqbal, ormai vecchio e malandato, sempre accompagnato dal figlio, Gholam, che era fuggito in Pakistan durante la guerra ed ora è ritornato a Shadbagh con l’intenzione di riappropriarsi dei suoi terreni. Viene però respinto dal comandante, poiché ha costruito la sua grande villa proprio sui suoi terreni e non intende restituirglieli. Fino a quando, un giorno, Iqbal viene assassinato dalle guardie del corpo dell’ex comandante. Il romanzo si chiude con l’incontro delle due Pari. La sorella di Abdullah, cresciuta ed invecchiata in Francia, a Parigi, ora è sposata ed ha tre figli. La figlia di Abdullah, invece, ha dedicato tutti gli anni della sua vita trascorsi fino a quel momento per assistere i genitori: prima la madre, Sultana, colpita da un tumore alle ovaie che l’ha portata alla morte, e poi il padre, colpito da un ictus. Così, Pari rivede dopo molto tempo il fratello, di cui è venuta a sapere grazie ad una lettera rivelatoria di Nabi. Abdullah, però, purtroppo non si ricorda più di lei a causa della malattia. A dimostrare che Abdullah non si è mai dimenticato della sorellina in tutti quegli anni è il ritrovamento di un barattolo nel quale Pari, quando era piccola, custodiva la sua collezione di piume. La sorella non si ricorda del barattolo, ma sa che lì è contenuta l’immensa sofferenza provata dal fratello nel momento della separazione e dunque si ritiene fortunata, poiché si è potuta permettere il lusso di dimenticare, Abdullah no.








Tematiche

Si tratta di una raccolta di racconti in ognuno dei quali viene descritta la vita di un personaggio, legato agli altri da uno stretto rapporto di amicizia o parentela. Così viene affrontata la storia di una stessa famiglia, che si dipana dagli anni Cinquanta ad oggi attraverso tre generazioni. In questo modo si arriva a definire un intreccio narrativo coinvolgente e appassionante che permette all’autore di raccontare le vicissitudini di una famiglia spostando di continuo il punto di vista. Ogni personaggio ha una sua visione del mondo, una sua psicologia. Khaled Hosseini, infatti, disegna i suoi personaggi con fisionomie molto diverse le une dalle altre, con caratteri molto differenti, che evidenziano il fatto che abbiano destini diversi. In questo romanzo, in effetti, il destino ha un ruolo molto importante. Viene infatti evidenziata una questione banalissima che noi spesso dimentichiamo e dalla quale, in questo racconto, discendono molte disgrazie: nessuno di noi sceglie dove nascere e da chi nascere, è totalmente casuale. Con questo l’autore vuole introdurre il tema dell’identità. L’inquadramento parentale dei protagonisti è infatti difficile e dunque è anche difficile definirne l’identità, poiché è la famiglia che ti fa avere senso come persona umana e come persona nel mondo. Nel libro si parla di persone che vivono una vita che improvvisamente viene sconvolta e che si trovano col dover sviluppare una nuova forma di identità. Questo accade in modo evidente a Pari e Abdullah, che vengono strappati all’improvviso l’uno dall’altro. Con la loro separazione l’autore introduce anche un altro tema, quello della lacerazione affettiva. Un tema che permane per tutto il romanzo e che traspare anche nel titolo. Il titolo è ispirato alla poesia di William Blake Il canto della nutrice, in cui sono descritti dei bambini che giocano e non vogliono rientrare in casa, disubbidendo al richiamo della balia. In particolare si riferisce all’ultima strofa: “I bimbi saltarono e gridarono e risero, e tutte le colline fecero eco”. L’autore dunque paragona la lacerazione affettiva ad un’onda sonora che va lontano, fa soffrire le persone che raggiunge, per poi rimbalzare e tornare indietro da chi l’ha prodotta. Viene anche citato il poeta persiano Rumi vissuto nel XIII secolo. Con dei suoi versi trascritti all’inizio del libro, l’autore apre il romanzo, invitando il lettore ad andare oltre l’apparenza: “Ben oltre le idee di giusto o sbagliato c’è un campo. Ti aspetterò laggiù”. Questi versi sono la chiave interpretativa del romanzo, poiché in esso non vi sono buoni o cattivi, non ci sono idee su chi agisce bene e chi agisce male. Secondo Hosseini ogni vicenda appare buona o cattiva a seconda del punto di vista da cui la si guarda. Dunque la sua visione del mondo si forma osservandolo da tutti i punti di vista, guardandosi intorno e capendo quale sia lo stile di vita altrui. Solo in questo modo si può conoscere il mondo abbastanza a fondo da poterne dare un giudizio personale. Ad esempio il figlio dell’ex comandante, Adel, un ragazzino che adora il suo babbo, pensa che sia il più grande del mondo, poiché aiuta i bisognosi e fa tanto per risanare il villaggio di Shadbagh. Adel, però, ha sempre vissuto nella ricchezza, nella sua villa, e non è a conoscenza degli altri aspetti del mondo. È grazie alla sua curiosità, che lo porta a disubbidire alle regole e ad uscire dalla villa, che fa amicizia con Gholam, figlio di Iqbal, e che viene a conoscenza di un altro mondo, un altro stile di vita, completamente diverso dal suo, ossia quello dei profughi. Così si accorge che il mondo è completamente diverso da come lo ha sempre visto lui e con l’assassinio di Iqbal, capisce che suo padre è uno dei signori della guerra. Un’altra importante tematica che viene affrontata nel romanzo è quella della memoria, che l’autore inserisce all’inizio del romanzo con una favola che il padre Sabur racconta ai figli, prima di abbandonare la figlia Pari. La favola parla di un demone che ha una pozione che permette di cancellare i ricordi e di un padre che deve scegliere se berla o meno, per dimenticarsi del figlio a cui ha rinunciato, concedendogli una vita migliore. In questo modo l’autore fa ragionare il lettore, permettendogli di rendersi conto della funzione duplice della memoria. Infatti, la memoria è quella che dà un senso alla nostra vita, ci fa capire chi siamo, ci dà un senso del mondo ed è un po’ come se fosse l’angelo custode di tutte le cose che ci sono care. Allo stesso tempo, però, siamo obbligati a ricordare anche le cose della nostra vita che ci portano dolore, lutti. Quindi, facendo riferimento alla favola, è molto importante la scelta del padre, è una grande responsabilità. Una scelta molto imponente, come quella che farà Sabur con Pari, affidandola alla ricca famiglia Wahdati. Con la narrazione delle vicende dei tanti personaggi si intreccia la storia drammatica dell’Afghanistan, un Paese profondamente segnato da decenni da guerre e violenze. Hosseini descrive il suo paese attraverso la voce di Idris, un personaggio che assomiglia molto a lui, in quanto è un medico nato in Afghanistan e poi emigrato negli Stati Uniti, a San José, e che dopo molti anni torna a Kabul, proprio come l’autore. Per mezzo di Idris l’autore parla dell’Afghanistan descrivendolo con gli occhi delle persone emigrate, che non hanno avuto il trauma delle bombe, degli stupri e delle violenze. e che non riescono a comprendere appieno chi quelle esperienze le ha vissute sulla sua pelle. In questo romanzo, si manifesta molto rispetto per l’intera popolazione afghana che, dignitosamente e saggiamente, si è fatta avanti e si è mostrata agli occhi della guerra. Hosseini, attraverso le parole di Idris, passa al lettore la sua opinione sulla Kabul del dopoguerra, ritenendolo un luogo in cui vi sono “mille tragedie per chilometro quadrato”. Sottolinea le conseguenze negative della guerra anche descrivendo molto accuratamente la residenza del signor Wahdati prima e dopo. In una sua intervista, però, guarda anche Kabul e l’Afghanistan in modo positivo, dicendo che si tratta di un Paese giovane, in cui si sta affermando una nuova generazione che non si identifica nei signori della guerra, sono giovani connessi con il mondo e con ideali democratici e se si darà loro una possibilità, potranno cambiare il Paese. Un’altra tematica di notevole importanza introdotta del romanzo è quella dell’attaccamento alle proprie tradizioni e alle proprie radici, quindi l’investigare e l’indagare con tutti i mezzi disponibili per capire quale sia la propria identità, quella di cui si è parlato prima. Questo comportamento si manifesta soprattutto in Pari, sorella di Abdullah, che ha dei ricordi vaghi della sua infanzia a Shadbagh che risalgono in superficie grazie ad una lettera da parte di Nabi. All’improvviso ricorda molte cose. Le sfugge, però, il volto di una persona, quella di Abdullah. Allora, si impegna ad investigare nel suo passato, informandosi e scoprendo dell’esistenza del fratello, precipitandosi poi ad andarlo a trovare. Infine, vi sono alcuni particolari piccoli ma molto significativi, che completano il romanzo e che mi hanno particolarmente colpito. Uno di questi è la collezione di piume di Pari che, anche dopo la separazione, Abdullah ha continuato per la sorella per tutta la sua vita, poiché questo gli ha permesso di sentire Pari vicina a lui e gli ha dato la speranza di rivederla, un giorno. Quando quel giorno arriverà, sarà proprio grazie a quel barattolo che Pari capirà che il fratello non si è mai scordato di lei. Un altro particolare piuttosto importante che è apparso più volte nella storia sono i versi di una ninnananna che Abdullah aveva imparato dalla madre e che cantava spesso a Pari. Alla fine del romanzo è questa ninnananna che fa in modo che i vaghi ricordi di Pari e di Abdullah si completino a vicenda, riunendoli nuovamente, siccome Abdullah ricorda la prima parte della ninnananna e Pari la parte restante. Un ultimo oggetto risaltante è una fotografia, molto cara al signor Markos, il chirurgo plastico greco, poiché lo porta a pensare alla sua infanzia. Quando era bambino era appassionato di fotografia ed insieme ad una sua amica, Thaila, una ragazzina deturpata in viso per il morso di un cane, aveva costruito una machina fotografica rudimentale ed aveva scattato la sua prima foto: Thaila che guardava l’orizzonte del mare, sulla spiaggia di Tinos, voltando le spalle all’obbiettivo. Questa fotografia per Markos ha un grande valore e con questo l’autore vuole evidenziare quanto a volte possa essere di grande importanza anche l’oggetto più semplice, se non lo si considera esclusivamente per il suo valore materiale. In tutti e tre i casi domina ancora la tematica della memoria, di cui si è parlato precedentemente. In queste circostanze si tratta della memoria positiva, quindi quella che dà un senso alla nostra vita e che ci permette di capire l’identità della nostra persona. Ecco, tornando sul tema dell’identità, ci si può rendere conto che all’inizio del romanzo, agli occhi del lettore, i personaggi non hanno alcuna identità, poiché Hosseini dispone volontariamente i fatti in ordine non cronologico, in modo da permettergli di giocare, collegando le storie, gli antefatti e le conseguenze e facendo sì che in lui cresca di continuo la curiosità, che lo invoglia a continuare a leggere. L’autore riassume tutto il romanzo con la parola “puzzle”, che si ripete più volte alla fine del libro. In effetti, i racconti possono essere paragonati alle tessere di un puzzle che, se unite nel modo corretto, formano il disegno completo della vita di un’intera grande famiglia.

wikipedia

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