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venerdì 4 aprile 2014

Il corpo in cui sono nata di di Nettel Guadalupe



 Sono nata con un neo bianco, che altri chiamano voglia, sulla cornea dell'occhio destro. sarebbe stato del tutto irrilevante se la macchia in questione non si fosse trovata nel bel mezzo dell'iride, proprio sopra la pupilla che permette alla luce di penetrare in fondo al cervello. All'epoca i trapianti di cornea sui bambini appena nati non si eseguivano ancora: il neo era destinato a restare lì per vari anni



È sufficiente una piccola macchia bianca nell'occhio per sentirsi diversi dagli altri? Non esattamente. Ma la macchia può diventare il segno di una differenza piú grande; può rappresentare l'unicità di una storia personale, e del modo di raccontarla. Questa è la storia di una bambina cresciuta negli anni Settanta, una storia di amore libero, coppie aperte, comuni hippy, ma anche di nonne reazionarie, campetti di calcio, periferie pericolose e trilobiti dell'era paleozoica. E l'unicità è nell'occhio che vede il mondo, nello sguardo che descrive le cose: ironico, commovente, penetrante.


Guadalupe Nettel racconta la bambina che è diventata nascendo con un neo bianco sulla cornea. Nella Città del Messico degli anni Settanta subisce il disagio delle cure e assiste impotente alla disgregazione della famiglia, al crollo delle poche certezze che pensava di avere. Mentre aspetta l'operazione all'occhio, gioca a calcio e sale sugli alberi, guarda di nascosto e si costruisce il suo mondo, costretta ad arrendersi alle necessità di un corpo che cresce e sabota ogni conquista. Fino a quando deve lasciare anche l'ambiente progressista messicano di cui ha faticosamente preso le misure per trasferirsi nella periferia francese. Allora, per consolarsi con altre anomalie, ripensa a Gregor Samsa, ai trilobiti dell'era paleozoica, scrive racconti raccapriccianti e clamorosi, si ribella appena può, e sopravvive agli echi del Messico lontano, all'occhio di sempre e alle scoperte che ingoiano ingenuità e innocenza. Tutto prima che finisca l'attesa, prima di arrivare a raccontare in un romanzo, senza leziosità e senza lezioni, come in una seduta psicanalitica in cui le domande fluttuano senza risposte e spazzano la necessità della decenza, il percorso che l'ha portata ad abitare il corpo in cui è nata. Come un dovere che corona la battaglia, con uno sguardo che illumina di tragedia e di ironia i momenti lievi e le rivelazioni inconfessabili. Dando loro una forma. E, soprattutto, senza addomesticare la disperazione impotente dell'infanzia, meravigliosa solo nei luoghi comuni e nella memoria: il disagio dei bambini che si dibattono in uno spazio commovente di solitudine, oscuro e confuso, frustrante e prosaico, ma pieno di grazia.




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